
Qualità: bellezza non vuol dire piacere
“Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace!” è un proverbio che solleva un serio tema culturale e può produrre un sensibile danno economico.
La differenza tra bellezza e piacere esiste senza alcun dubbio, ed è ragionevole spiegarla in funzione del coinvolgimento personale: il Bello parla delle qualità dell’oggetto mentre il Piacere descrive la relazione tra sé e l’oggetto medesimo. In altre parole, la Bellezza non racconta una relazione: quando dico “questa pietra è bella”, il concetto di bello non ha nulla a che fare con me, tende ad essere un riconoscimento valido per tutti. Al contrario, l’affermazione “mi piace questa pietra” coinvolge sia me sia la pietra e, dunque, il Piacere muta necessariamente da individuo a individuo, fosse solo per le ragioni che provocano il piacere stesso.
Descrivere una gemma o un gioiello come Bello/a dovrebbe riferire alle sue qualità, le quali sono in larga misura oggettive e in minor parte soggettive. In particolare, la soggettività della bellezza è limitata alla capacità dell’oggetto di far insorgere una domanda, una riflessione ma non si estende alla risposta o al tipo di riflessione. Ciò spiega, peraltro, perché sia del tutto legittimo che possa piacere una gemma o un gioiello non Bello così come possa non piacere un oggetto bello: un anello, per esempio, può soddisfare il gusto estetico anche se la fusione dell’oro presenta dei difetti o la pietra non è ben tagliata; al contempo, i gioielli funerari a me non piacciono anche quando possono dirsi indiscutibilmente belli.
Confondere Bellezza e Piacere, quindi, comporta la negazione di valore del Bello in sé, delle caratteristiche autentiche e della storia di ciò che si ha di fronte, per lasciare spazio solo al giudizio relativo del piacere personale. Risultato: scompare il Bello come valore e ci si illude, invece, che il proprio piacere abbia una portata assoluta, il che è una contraddizione in termini.
La comunicazione di massa negli ultimi decenni ha promosso questa omologazione di pensiero con il fine di creare “economie di scala”, da leggersi in antitesi alla contrazione di profitti che il mantenimento della qualità avrebbe comportato. La storia recente, tuttavia, sta riportando a galla l’inevitabile: una cosa Bella vale di più di una brutta o non bella, a prescindere che piaccia o meno. Non a caso, i gioielli privi di qualità ma “di moda” o “di tendenza” non sopravvivono al giudizio estetico ed economico nel tempo.
Nel mercato secondario delle gemme e dei gioielli, infatti, i valori di aggiudicazione d’asta, i prezzi dei gioiellieri antiquari o gli scambi tra collezionisti riflettono sempre più spesso il maggior valore a ciò che può dirsi Bello; e, in tempi di crisi economica, diventa sempre più difficile vendere oggetti ad un prezzo ampiamente sproporzionato rispetto alle qualità e alla Bellezza degli stessi.
Il problema serio che emerge nel tener distinto Bellezza e Piacere risiede nel livello di conoscenza, ossia in primis nella capacità di riconoscere la qualità e il senso di un oggetto; conoscenza significa dedizione, studio, riflessione e riscoperta della dimensione umana: esattamente il contrario dell’estemporaneità e immediatezza che pretendiamo da tutto e tutti.
Solo recuperando il valore del Bello potremo godere più a lungo di ciò che osserviamo e, al contempo, preservare il capitale destinato all’acquisto di una gemma o un gioiello.
In conclusione, “È bello ciò che è bello, e piace ciò che piace” !